L’amministrazione della “Razza Mandrona”

L’amministrazione della “Razza Mandrona”

di Gian Franco Bitti
– Malgrado la sua Grande Bellezza, Cagliari è una città incapace di attrarre talenti.

Dal dopoguerra in poi, grazie alla nascita della Regione Autonoma, del boom economico, della industrializzazione, dell’Università, dei commerci, ha richiamato ed accolto a braccia aperte talenti da tutta l’Isola.

Alla fine degli anni 70’ era ancora una città in crescita, ricca di opportunità per chi aveva voglia di impegnarsi nelle arti, nelle professioni, nel commercio.

Poi la città si è persa, preda di una classe politica provinciale, gretta ed incapace di iniziativa, più divisa e sempre meno autorevole: la fine della stagione autonomista, del sogno industriale, la lentezza nel trasformarsi in una città dedita al terziario, hanno schiacciato gli slanci degli innovatori in un angolo.

Vent’anni di governo della destra hanno fatto il resto, distruggendo il tessuto sociale con la pratica caritatevole e clientelare nei quartieri popolari, il sostanziale blocco nell’accesso alle professioni, l’eccessiva apertura ai centri commerciali (occasione di speculazione edilizia piuttosto che di innovazione distributiva). I figli della buona borghesia cagliaritana si sono rammolliti, e gli emergenti si sono accontentati e chiusi a riccio, in una cultura clientelare egoista e miope.

Infine la novità e le speranze suscitate dal Sindaco Zedda.

Zedda vinse contro un competitore fighetto e incolore, è stato votato dai Cagliaritani disperati per il sacco indecente della città, spinta al declino dalle politiche di rapina e manomorta della destra.

Ma il cambiamento promesso dagli slogan elettorali, e sognato dalla buona e ingenua sinistra dei Cagliaritani non c’è stato.

Rifiuti e Abbanoa, Ente lirico, Capitale Europea della Cultura, crisi economica ed abitativa, spopolamento, ecco i buchi neri in cui si è persa l’amministrazione Zedda. Abbiamo le piazze ed il lungomare del Poetto rifatti a nuovo, grazie a un Sindaco che ha scimmiottato Mariano Delogu e le sue politiche pilatesche e asfaltatrici, senza però averne il carisma.

La giunta del Mojito, degli hipsters e dei lounge bar, di una cagliaritanità autocompiacente e provinciale, dei festival letterari in una città che non legge, ha sostituito quelle degli oreris da Tennis Club, dei circoli imprenditoriali nati dai soldi facili della regione e delle banche amiche, ma non è stata capace di una vera svolta: hanno vinto ancora le prassi municipali di una burocrazia soffocante e matrigna, l’indolenza davanti ai drammi della crisi economica, che ha svuotato le vetrine dei negozi del centro e immiserito le periferie, di una Cagliari che allontana le competenze e le energie giovanili, che si svuota inesorabilmente di abitanti e di senso.

Siamo di fronte all’assenza di un disegno politico e, in fondo, del desiderio di averlo. Intanto la città si è spaccata: un centro nel quale le professioni languono per mancanza di ricambio, una borghesia del commercio e delle arti impoverita dalla crisi, i quartieri popolari assediati dalla miseria, una università che perde iscritti e prestigio e non è in grado di promettere più nulla.

“Ora tocca a noi”, recitava lo slogan di Zedda, e infatti è toccato a loro, che si sono dimenticati di una città che aveva bisogno di una nuova direzione politica.

L’amministrazione comunale si è persa nella rude lotta di sottogoverno scambiandola per Politica, ha evitato il confronto con le associazioni, i quartieri, i comitati, le categorie, i sindacati, chiudendosi in una prassi burocratica/amministrativa che elimina il rischio, la fatica, il lavoro: una nuova Razza Mandrona, appunto.

Cagliari ha bisogno di una Ricostruzione, di sgomberare le macerie di un’epoca finita, quella del sogno industriale, della crescita e dello spreco, dei soldi facili dalla politica, e di gettarsi come nel dopoguerra, proiettandosi in avanti condividendo scopi e speranze con i suoi abitanti: per farlo ha bisogno di ricostruire il legame solidale tra i quartieri, il rapporto tra la Città, il mare e gli stagni che la circondano, tra la Città e la Sardegna, che tante intelligenze, culture e risorse le ha dato, tra la Città e il suo hinterland, che si riversa quotidianamente al suo interno. E in questo destino riscoprire i valori di solidarietà e condivisione per ricreare una città accogliente e vivace.

Non è certo la Sardegna degli speculatori edilizi e sanitari di Cappellacci e Floris, o dei soliti finti imprenditori-sponsor di Pigliaru, che ci tirerà fuori dal pantano, ma lo sarà la capacità dei Sardi e dei Cagliaritani di essere prima di tutto coscienti del disastro, delle macerie, e poi di rimboccarsi le maniche.

Tutte le ricostruzioni sono faticose, e piene di insidie ed errori, ma non si affidano ai mandroni.

Quelli hanno fallito, trascinandoci verso il declino e la smemoratezza.

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