Quale Sardegna per il futuro?

Quale Sardegna per il futuro?

di Roberto Porseo

Seguendo un po’ la traccia data dal programma relativo all’incontro di Santa Cristina del 23 luglio scorso, vorrei partecipare con un mio contributo al pensiero comune.

1 Quale Sardegna per il futuro?
Se si vuole creare un progetto di sviluppo sardo si dovranno, in primo luogo, abbandonare le logiche spartitorie e partitiche che hanno fatto la rovina della nostra terra e dell’autodeterminazione del nostro popolo.
La Sardegna ha bisogno di uno sforzo comune di tutti coloro interessati a cambiare prospettiva, a focalizzare le attenzioni collettive, alla rigenerazione dei tessuti culturali, urbani, agricoli e non solo.
Proviamo a ragionare insieme su di una politica seria di innovazione nelle tecnologie, una logistica dei trasporti che esca dalla morsa, e dalle prebende individuali, dei monopolisti, incentiviamo le attività che portino uno sviluppo sostenibile.
“… serve un nuovo soggetto politico (un partito vero e proprio o una federazione di sigle) con l’ambizione di guardare ai prossimi quindici- vent’anni, e capace di non temere gli insuccessi ma di costruire nel tempo e con il lavoro la propria credibilità, presentandosi non solo alle elezioni regionali ma soprattutto a quelle amministrative. Perché non si capisce con quale credibilità uno schieramento che non è presente nel territorio pretende di vincere una competizione elettorale impegnativa”.
“… Non c’è altra strada se non quella della massima unità possibile tra soggetti che sono chiamati ad impegnarsi e a lavorare assieme sulla base di ciò che li unisce (e sono tante cose) e non a dividersi ulteriormente e senza senso…..”
“… serve una generosità vera per creare e far crescere nel tempo una nuova classe dirigente…. “ (Vito Biolchini)

Le persone hanno bisogno di soluzioni innovative e credibili, hanno bisogno di non essere più tradite, vogliono potersi fidare di un discorso nuovo, vero, leale. Per non dover più sottostare a disservizi, a sottrazione di servizi e ingiustizie.
Per poter credere in nuovo domani attraverso un progetto chiaro che arrivi, prima di tutto, alle persone stesse e ai territori che esse occupano.
Un progetto che parta proprio dai temi del territorio e parli direttamente alle comunità.
(penso alle porcate di questa amministrazione…. Trasporti, continuità territoriale, piano urbanistico, piano sanitario, e molti altri. Penso a dibattiti con la popolazione, a incontri per informare, a soluzioni condivise…) Ecco perché abbiamo bisogno di un progetto a largo respiro che vada oltre al mero momento elettorale prossimo ma che agisca come cinghia di trasmissione e momento di incontro tra tutti i soggetti indipendenti e intenzionati a lottare sotto una stessa bandiera e un programma unico, condiviso, non dipendente.

2. Quale modello sociale?
Secondo uno studio dell’osservatorio socio-economico della Sardegna entro il 2080 in Sardegna avremo un calo demografico del 34%. Ciò significa che la popolazione residente si ridurrà fino ad 1 milione di persone. Il territorio che si spopola ha un patrimonio di storia, paesaggi, lingua, cultura, tradizioni che è una ricchezza importante per la comunità.
Non possiamo permetterci di perderla senza contrastarla e combattere.
I comuni che in Sardegna rischiano di diventare in pochi anni "paesi fantasma" sono più di 30, ma il calo demografico marcato riguarda centinaia di comuni e la tendenza è in atto da decenni: come è possibile che la politica regionale sia riuscita così a lungo a "ignorare" il problema?
Il coinvolgimento del territorio e l’importanza di rendere partecipato il dibattito è sicuramente un tema centrale del progetto per contrastare lo spopolamento e la desertificazione del territorio.
Il territorio che si sta spopolando ha un patrimonio di storia, paesaggi, cultura, lingua, tradizioni comune a tutta la Sardegna e rappresenta una ricchezza troppo importante per l’intera comunità per permetterci di perderla senza avviare un ragionamento che ambisca alla sua immediata valorizzazione.
Una caratteristica demografica particolarmente accentuata in Sardegna è l’indice di ricambio bassissimo, inteso come rapporto tra la popolazione potenzialmente in uscita dal mondo del lavoro (60-64 anni) e quella potenzialmente in entrata (15-19 anni), e, soprattutto, il progressivo invecchiamento della popolazione che rispetto alle altre regioni italiane è molto più rapido.
La Sardegna invecchia più rapidamente delle altre regioni italiane. Rispetto alle altre regioni italiane la Sardegna è una delle più estese, ed è una delle tre regioni con più bassa densità abitativa con meno di settanta abitanti per chilometro quadrato. Questo vuol dire che lo spopolamento delle aree interne dell’isola lascia un patrimonio di territorio vastissimo senza nessuno che se ne prenda cura costantemente, e il fenomeno non è distribuito in maniera omogenea nel territorio ma ci sono aree in cui è particolarmente concentrato.
Il ruolo giocato dai trasporti: se è vero che ovunque in Italia e in Europa hanno avuto un peso nello spopolamento elementi come le linee ferroviarie minori abbandonate, le strade provinciali lasciate in stato di semi-abbandono, ho la sensazione che in Sardegna sia stato più devastante che altrove il peso di un sistema di trasporti pubblici allo sbando.
In questa situazione di distribuzione demografica non omogenea nell’isola la debolezza della rete infrastrutturale e i problemi di mobilità che essa genera mortifica il diritto alla accessibilità delle zone interne.
Infatti “gli elementi di comunicazione tra le diverse aree della Sardegna non costituiscono soltanto degli inerti artefatti materiali ma rappresentano il mezzo in grado di favorire/inibire l’attivazione, lo sviluppo e la cessazione di relazioni sociali e quindi gli incontri e i collegamenti tra le comunità.  Il deficit di accessibilità che riguarda diverse aree della Sardegna va letto dunque come un capitolo del più ampio deficit di territorializzazione.
“Accessibilità” sta per possibilità di recarsi fisicamente in un luogo con facilità e in tempi brevi, usufruendo della possibilità di scegliere tra mezzi diversi e costi flessibili. Il fatto che l’accesso a determinati servizi richieda spostamenti a lunga distanza costituisce di per sé una mancata risposta al diritto di mobilità delle comunità locali.
Risulta quanto mai fondamentale la coordinazione tra amministrazioni, la creazione di un'idea di sviluppo comune a lungo termine e una regia su scala territoriale basata sul dialogo con il territorio che produce processi di cambiamento sociale con l’obiettivo di attivare la responsabilità diffusa dei cittadini e moltiplicare le risorse latenti della comunità attraverso processi di auto generazione.

3 Quali rapporti internazionali
Promuoviamo il processo di realizzazione di una comunità di popoli (a partire dal Mediterraneo) quale federazione di popoli e regioni a cui è riconosciuto il diritto all’autodeterminazione.
Promuoviamo la modifica dell’attuale configurazione della UE fondata su un modello di capitalismo sfrenato e cinico a favore di una proposta di GIUSTIZIA SOCIALE e di PROTEZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI e di un’AUTODETERMINAZIONE dei popoli che devono restare sempre e comunque SOVRANI.
Promuoviamo la modifica delle politiche economiche dei popoli basate principalmente su un concetto di AUSTERITY troppo a favore dei poteri forti (banche e grandi imprese…).
Mettiamo al centro delle politiche economiche europee e statali temi come IL LAVORO, LO STATO SOCIALE, IL REDDITO, LA TUTELA E I DIRITTI DEI PIÙ DEBOLI E I “BENI COMUNI” (LA TERRA, L’ARIA, IL MARE…).
Promuoviamo un obiettivo di CONDIVISIONE e di collaborazione con gruppi, movimenti, organizzazioni, associazioni che a livello locale e internazionale si pongono a barriera delle derive scioviniste, xenofobe e razziste e come alternativa all’attuale assetto europeo.
Promuoviamo la protezione del DIRITTO all’ISTRUZIONE, alla SANITA’, all’AMBIENTE, al LAVORO perché, come ci ricorda Papa Francesco, “… quando non c’è lavoro a rischiare è la dignità, perché la mancanza di lavoro non solo non ti permette di portare il pane a casa, ma non ti fa sentire degno di guadagnarti la vita!”
Promuoviamo la protezione dei FLUSSI MIGRATORI con l’attivazione di politiche inclusive non discriminanti che sia in grado di offrire davvero standard qualitativi uniformi per tutti, soprattutto per i minori non accompagnati, per strutturare interventi più efficati a contrasto dello sfruttamento di cui, sempre più spesso, gli immigrati cadono vittime. Servono politiche e programmi volti a facilitare l’inserimento sociale, economico, abitativo e una maggiore pianificazione per una strategia di integrazione e di interculturalità.

4 Quale modello organizzativo?
“I tempi stringono. Il percorso è quasi obbligato: entro il 2017 bisogna mettere a punto la PIATTAFORMA PROGRAMMATICA e nei primi mesi del 2018 dare vita al nuovo soggetto nel corso di una assemblea in cui decidere la linea, la segreteria e la leadership, partendo dalla considerazione fondamentale che… UNO VALE UNO.
A quel punto ci sarebbe un anno di tempo per prepararsi alle elezioni regionali, il cui candidato presidente dovrebbe essere scelto tramite elezioni primarie. Alle elezioni regionali del 2019, tenuto conto che la legge elettorale con la quale andremo a votare sarà quasi sicuramente quella attualmente in vigore, per evitare i tragici errori del recente passato si dovrebbe presentare una sola lista.
NON C’È ALTRA STRADA SE NON QUELLA DELLA MASSIMA UNITÀ POSSIBILE TRA SOGGETTI con tante idee ma attualmente con poco consenso o poche risorse, che da soli alle prossime regionali non sarebbero in grado neanche di fare testimonianza, e che sono chiamati ad impegnarsi e a lavorare assieme sulla base di ciò che li unisce (e sono tante cose) e non a dividersi ulteriormente e senza senso. La politica è progetto unito ad organizzazione. Ora serve uno slancio nuovo, serve una generosità vera per far crescere nel tempo una nuova classe dirigente. Serve coerenza.”
(Vito Biochini)
Credo che i tempi siano maturi per avviare una stagione di dialogo tra le forze legate all’autodeterminazione e al sardismo, siano esse strutture politiche organizzate che movimenti, organizzazioni, semplici cittadini. Le strutture politiche organizzate negli ultimi quarant’anni si sono moltiplicate e alcune sono anche sparite, sono andate incontro ad accorpamenti e scissioni, a ostilità reciproche. Per questo motivo credo che le forze autonomiste debbano approcciarsi in maniera libera, spontanea e volontaria per instaurare un dialogo preliminare a qualsiasi progetto politico futuro. Davanti alle richieste del nostro popolo, davanti alle speranze di riscatto e di rivalsa per la situazione tragica in cui versa, noi tutti abbiamo il dovere di provare a dialogare e, possibilmente, di riuscirci!
Abbandoniamo quindi (tutti!) sogni suprematisti e presuntuosi tentativi egemonici e pensiamo a come risolvere la situazione. Se si insiste a commettere lo stesso errore è difficile che si possa trovare una soluzione.
Io credo, e spero, che ci si metta a discutere di PUNTI CONDIVISI, di affinità piuttosto che di divergenze, di futuro piuttosto che di passato. A noi basta che ci si sieda, ci si guardi in faccia e si pratichi ogni sforzo per dare una risposta seria e responsabile al grido d’aiuto che viene dal popolo.
Non dobbiamo crare fortini identitari da difendere perché essi stessi tendono ad escludere, piuttosto che ad includere.
Le politiche romane hanno offuscato la coscienza di un popolo nascondendogli la storia, impedendogli la lingua e rubandogli quel che compone la propria identità. E non già perché negli anni hanno usato, e usano, questa terra come immondezzaio, inquinando luoghi e avvelenando genti. Lo Stato italiano, attraverso rappresentanti politici “sissignore” sardi, ha impoverito la Sardegna, ne ha impedito il prosperare e li ha abituati all’assistenzialismo e alla “statalità”. Non si può avere stima verso uno Stato che legifera senza capire cosa fanno le proprie Regioni che a loro volta non sanno in quali situazioni
versano i sindaci che si sono ridotti a postare strade asfaltate su Facebook.

5 Quali punti cardine?
È necessario un cammino nuovo che porti a guardare con fiducia e senza più paura all’autodeterminazione del popolo sardo. È necessario favorire e far emergere culture incentrate sui valori della pace, della fratellanza tra i popoli, della tutela e valorizzazione dell’ambiente e dei territori in genere, della cultura, della storia, delle zone interne ricche di valori ma lasciate sempre più sole ed isolate.
Un passo decisivo verso l’autodeterminazione che serve a guidarci a un’indipendenza che non sarà “separazione” anticostituzionale, ma la giusta evoluzione di un processo storico ed inevitabile per la piena attuazione dell’autonomia.
Per farlo serve un’operazione culturale che favorisca la mobilitazione e la condivisione del popolo sardo. Se non riusciremo a coinvolgere le comunità, il popolo—muovendone gli ideali prima ancora della convenienza economica—avremo solo sprecato parole e tempo e una grande opportunità. Forse l’ultima!
La nostra isola versa in una crisi economica, sociale e culturale, senza precedenti, fatta di disgregamento delle attività industriali alla pari del proprio patrimonio culturale, desertificazione delle terre, spopolamento dei paesi interni e, soprattutto, convincimento collettivo della impossibilità di invertire l’attuale progressivo declino e conseguente perdita di ogni speranza per un migliore futuro.
Il potere economico/politico si è consapevolmente, e vergognosamente, avvantaggiato della situazione di crisi, creando un sistema di assistenzialismo cieco e generalizzato, con l’unico scopo non già di proteggere i più deboli quanto invece a creare dipendenza, e clientela, dalle mancette che, di volta, in volta, venivano erogate a questo o quel settore.
Per l’agricoltura, settore nevralgico isolano, abbiamo assistito per decenni alla somministrazione di una droga di Stato e comunitaria, fatta di incentivi economici per non produrre e per creare i presupposti per la attuale inoccupazione e disperazione sociale.

6 Quali temi?
Mettiamo al centro delle politiche economiche europee e statali temi come il lavoro, lo stato sociale, il reddito, la tutela e i diritti dei più deboli e i “beni comuni” Diritto all’istruzione, alla sanità, all’ambiente La tutela dei beni comuni come l’aria, l’acqua, il cibo, la vita, la salute, l’energia, la
lingua.
– Favorire un nuovo e importante progetto per far rinascere l’agricoltura.
– Cancellare le servitù militari
– Una seria e doverosa politica energetica
– Creare un progetto sul trasporto pubblico e sulla continuità territoriale

I temi sopra riportati, a mio avviso, dovrebbero essere temi da assemblea pubblica nei diversi territori. Sono convinto che la maggior parte delle persone non conosce le nuove porcherie che ci stanno preparando…
Informare le persone è importantissimo perche attraverso la conoscenza e la condivisione si arriva a una crescita collettiva e alla rivoluzione culturale, politica, sociale.
Dobbiamo riuscire a far entrare la lotta sociale dentro le comunità e i territori!
I temi presi a confronto in occasione dell’incontro di Santa Cristina sono stati:
1. Lavoro; Edilizia; Lavoratori della GDO
2. Sanità ( 1 ); Scuola; Questione Abitativa
3. Legge elettorale; Migranti; Metodi di partecipazione

Io proporrei di integrare anche:
1. Politiche sociali
2. Agricoltura e allevamento
3. Contrasto alla siccità
4. Lingua
5. Nuova legge urbanistica
6. Turismo e sviluppo nell’isola
7. Trasporti e mobilità interna ( 2 )
8. Gestione del paesaggio
9. Progetto energetico
10. Gestione dei rifiuti
11. Sovranità fiscale come controllo delle risorse da riversare nel territorio in modo
controllato e concreto.

( 2 ) (TRASPORTO PUBBLICO TERRITORIALE…)
Il deficit di accessibilità che riguarda diverse aree della Sardegna va letto come un capitolo del più ampio deficit di territorializzazione.
Se togliamo servizi ai territori (sanità, amministrazione, poste, sicurezza, trasporti, ecc.) favoriamo un abbandono dei paesi, delle comunità, del territorio. Favoriamo lo spopolamento e la desertificazione
( 1 ) (SANITÀ…)
I tagli alla spesa sanitaria pubblica – una delle più basse in Europa – stanno mettendo in discussione il principio sacrosanto e universale del Servizio Sanitario Nazionale: una conquista che garantisce a tutti i cittadini l’accesso gratuito ai servizi sanitari.
Di fronte al diritto alla salute, i cittadini sono discriminati sulla base del reddito: sono oltre 11 milioni i cittadini, sopratutto giovani ed anziani, che rinunciano alle cure mediche perché non possono pagare il ticket.
La spesa sanitaria supera oramai il 45 per cento dell’intero bilancio regionale, un disavanzo di circa 390 milioni di euro, una spesa farmaceutica tra le più alte in assoluto.
L’ASL unica, una macrostruttura di 23.493 dipendenti con a capo un super burocrate investito di una missione salvifica: tagliare, tagliare e ancora tagliare. Come si può ben capire il nodo è il territorio. Ecco perché le scelte di politica sanitaria assunte dalla giunta regionale appaiono irrazionali ed illogiche. Una “razionalizzazione” finalizzata a chiudere, in nome di astratti criteri economicistici, reparti e servizi dislocati sul territorio.
Si assiste oramai a quella che qualcuno ha correttamente definito la “dittatura dei parametri e degli
indici”: una ubriacatura di percentuali e di zero virgola che non tengono conto dei bisogni di salute dei cittadini.
Si svuota così il territorio, si favorisce il processo di spopolamento, si procede veloci verso il genocidio culturale e la desertificazione economica e produttiva della nostra terra, dei nostri territori, delle nostre genti.

7 Quali metodi?
Nessun progetto è fattibile senza accordo fin dall’inizio sui metodi di decisione e selezione delle idee, dei progetti, della classe dirigente. Questo aspetto è forse il più delicato perché su questo punto sono già franati molti processi aggregativi. Sicuramente non ci piacciono le costituenti fatte a porte chiuse, i processi governati da autoeletti comitati esecutivi, il settarismo ideologico e organizzativo e siamo contrari ad ogni processo personalistico e leaderistico come purtroppo è accaduto e accade tuttora in
Sardegna all’interno del movimento di liberazione nazionale.
Certamente crediamo nella creazione di una rete dei territori della Sardegna che possa coinvolgere empaticamente e sostanzialmente le comunità che li popolano. Occorre focalizzarsi sui temi principali e condividere le problematiche con le genti di Sardegna e trarre da esse gli spunti da implementare.
Non ci può essere una forza di un popolo se quest’ultimo non si sente coinvolto e partecipe in questa che definirei una nuova lotta di liberazione del popolo sardo e della Sardegna tutta.

 

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